Fondazione Pianspessa · 2025
Adotta
un albero
Una campagna social costruita con lo sguardo dei bambini.
Per raccontare il progetto di adozione degli alberi della Fondazione Pianspessa ho scelto di partire dall’emotività: disegni ricreati in stile infantile, nomi, piccole frasi e microstorie trasformano ogni albero in qualcosa a cui affezionarsi.
Il punto di partenza
Prima l’affetto.
Poi l’azione.
L’obiettivo non era spiegare semplicemente che un albero può essere adottato, ma rendere il gesto immediatamente vicino e personale. Il linguaggio infantile permette di abbassare la distanza tra progetto e pubblico: l’albero smette di essere un elemento astratto e diventa “Pino”, “Frondino”, oppure quello che un bambino immagina possa crescere vicino al Roccolo.
Tre piccoli racconti
Un albero diventa
un personaggio.
La campagna è costruita come una piccola sequenza narrativa. Ogni creatività presenta un albero attraverso una voce diversa: poche righe, un nome scritto a mano e un disegno volutamente ingenuo. Il risultato è una comunicazione semplice da capire ma abbastanza personale da fermare lo scroll.
Una grafica che non sembra pubblicità
Imperfezione
come linguaggio.
Il sistema visivo evita volutamente l’estetica troppo istituzionale. Segni irregolari, matite colorate, carta, scrittura manuale e composizioni essenziali ricreano l’universo dei disegni dei bambini e fanno percepire la campagna come un piccolo racconto, non come un annuncio promozionale.
Segni semplici,
riconoscibili subito.
Alberi, sentieri e paesaggio vengono ridotti a forme elementari. L’immediatezza visiva rende il contenuto leggibile anche in pochi secondi, nel ritmo veloce del feed.
Una frase basta
per creare relazione.
Ogni testo aggiunge un gesto umano al disegno: parlare piano a un albero, salutarlo, immaginarlo crescere. La causa viene raccontata attraverso una relazione, non attraverso una spiegazione.
La chiusura del carousel
Dal racconto
alla partecipazione.
Dopo tre microstorie, l’ultima slide cambia funzione: conserva lo stesso linguaggio visivo ma lo trasforma in invito. “Adotta un albero anche tu” arriva dopo aver creato empatia, mentre la domanda finale — “E tu, come lo chiameresti?” — rende la call to action personale e facilmente condivisibile.
Una CTA che arriva dopo la storia.
La conversione non viene chiesta all’inizio. Prima si costruisce un piccolo mondo emotivo; solo alla fine il pubblico viene invitato a entrarci. È questo passaggio a rendere la campagna più calda, diretta e memorabile.
Non spiegare soltanto una causa.
Farla sentire.